venerdì 27 febbraio 2015

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sabato 15 novembre 2014

RAMINGHI ARMORICANI
Smilla de Brest

“Nella maggior parte delle società di bande e di villaggi, prima dello sviluppo dello Stato, gli uomini, in generale, godevano di libertà economiche e politiche oggi riservate solo a una minoranza privilegiata. Decidevano autonomamente quanto tempo dedicare al lavoro in una particolare giornata, quale tipo di lavoro svolgere, o anche se lavorare o no.”
Marvin Harris - Cannibali e re. Le origini delle culture.

-Kolega! Kolega!-
Il bulgaro dentro al camion mi vede attraversare l’aiuola dell’area di servizio e mi apostrofa sorridendo con questo termine che, di primo acchito, non capisco cosa significhi. Gli sorrido avvicinandomi ma lui questa volta con fare serioso mi ripete: -kolega-.
Penso di aver parcheggiato male il mio camion che è vicino al suo, diciotto metri tra trattore e semirimorchio se messi male bloccano il traffico.
Macché, il camion è dritto come una freccia e se vuole lui può uscire senza pensieri.
Un po’ deluso dall’incomprensione tra di noi, quando sono nei pressi del suo bestione mi ripete: -kolega, in kamiona!-
E allora realizzo: il buon uomo quando sono arrivato dormiva, poi svegliatosi deve aver guardato nella direzione del mio camion e ha visto Smilla che mi aspettava, dato che in autogrill non può entrare, seduta al posto di guida con le zampe appoggiate sul volante. Da qui l’ilarità dell’uomo che tutto pensava tranne di trovare un cane alla guida di un Volvo da 700 HP.
Io veramente kolega, anzi, collega suo non lo sarei perché guido raramente il camion e in circostanze ben precise. In tempi antichi ho conseguito tutte le patenti e, complice la mia passione e una distinta predisposizione per la guida, mi è capitato di lavorare anche come camionista per brevi periodi.
Quando non ce la facevo più con enti e società che si occupano del cosiddetto privato sociale mi facevo tre o quattro mesi di viaggi in camion, racimolando tra l’altro anche un discreto gruzzoletto.
A onor del vero con matti, tossici e varia altra umanità mi sono sempre trovato a mio agio e ho sempre avuto rapporti intensi e costruttivi. Con gli enti e similari, o comunque con il potere costituito invece spesso si arrivava ai ferri corti. Ho un pessimo carattere che mi porta a non tollerare chi si approfitta del disagio altrui e mi prodigo perché lo si sappia. Da qui la scelta di fare questa pause guidatorie.
Nei tempi recenti invece viaggio di rado con il camion, a parte quando mi chiamano per determinate missioni.
Come questa volta che dobbiamo andare a Brest. L’ingaggio prevede di consegnare camion e carico in porto dove il tutto sarà imbarcato per destinazione a me ignota e di mio assoluto disinteresse.
Chi mi affida questi compiti sa che può contare sul fatto che opero in emergenza, tipo mi chiami oggi per domani, sono discreto, puntuale ed efficiente. E oneroso. Se non ti va bene te lo guidi tu il camion.
Riesco così ad affrancarmi dalla schiavitù del salario e ho la libertà di decidere se partire o no. Certo non ho la carta di credito, la Mercedes ultimo modello e lo smartphone di ordinanza, ma sono libero. Non c’è ricchezza maggiore. Pasolini nel 1975 diceva:
“L'Italia sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo: prestarsi in qualche modo a contribuire a questa marcescenza è, ora, il fascismo. Essere laici, liberali, non significa nulla, quando manca quella forza morale che riesca a vincere la tentazione di essere partecipi a un mondo che apparentemente funziona, con le sue leggi allettanti e crudeli. Non occorre essere forti per affrontare il fascismo nelle sue forme pazzesche e ridicole: occorre essere fortissimi per affrontare il fascismo come normalità, come codificazione, direi allegra, mondana, socialmente eletta, del fondo brutalmente egoista di una società.”
Il più lucido e scomodo intellettuale del novecento profetizzava quarant’anni fa quello che la nostra (del primo mondo) società è diventata.
L’ansia del consumo è un’ansia di obbedienza ad un ordine non pronunciato.”
La prevaricazione e l’edonismo imperano sovrani e sono l’humus di un popolo di sudditi malevoli e ossequienti, invidiosi e adulatori, vili e fascisti. Interagiamo con gli altri esseri senzienti, umani e non, in un’ottica di dominio e sopraffazione. Nei confronti degli animali non umani poi stiamo praticando uno sterminio sistematico per nutrirci, vestirci, divertirci, convinti di avere superiori abilità, mentre siamo solo diversamente abili rispetto agli altri animali.
Nel mio personale percorso verso l’antispecismo e la liberazione animale mi sono reso conto che la liberazione è connessa a un ripensamento della società e richiede strategie intellettuali e politiche specifiche. Credo anche che la liberazione animale debba prescindere, non escludendo, dalla liberazione umana. Si dovrebbero liberare gli animali anche se ciò causasse un danno o una rivoluzione per la società degli uomini. La situazione è drammatica e questa è la priorità, non nego inoltre che reputo collegato il pensiero che considera legittimo lo sfruttamento degli animali con lo sfruttamento di qualsiasi essere senziente. Le giustificazioni poi, la storia ci insegna, si trovano strada facendo.
E strada facendo, mentre Smilla dorme distesa nel letto a castello alle mie spalle, ascolto Jeanne Moreau che canta la canzone del film “Querelle de Brest” tratta da The Ballad of Reading  Gaol di Oscar Wilde :
“Yet each man kills the thing he loves
By each let this be heard,
Some do it with a bitter look,
Some with a flattering word,
The coward does it with a kiss,
The brave man with a sword!
Some kill their love when they are young,
And some when they are old;
Some strangle with the hands of Lust,
Some with the hands of Gold:
The kindest use a knife, because
The dead so soon grow cold.
Some love too little, some too long,
Some sell, and others buy;
Some do the deed with many tears,
And some without a sigh:
For each man kills the thing he loves,
Yet each man does not die.”
“Eppure ogni uomo uccide ciò che egli ama, e tutti lo sappiamo: gli uni uccidono con uno sguardo di odio, gli altri con delle parole carezzevoli, il vigliacco con un bacio, l’eroe con una spada!”
Brest mi affascina da sempre, per il nome che sa tanto di mare, di tempesta, di nord, di finis terrae.  Dopo la visione del film di Rainer Werner Fassbinder, il suo ultimo, ho sempre nutrito l’idea di andarci. Certo le atmosfere del romanzo di Jean Genet non le ritroverò, alcuni personaggi spero proprio di non trovarli, ma la magia di quel luogo me la voglio godere. Poi da Brest faremo un giro per boschi di druidi a caccia di leggende, menhir e dolmen.
Nei pressi di Lyon decidiamo di fermarci, siamo quasi a metà percorso e le ore di guida (nove) sono finite. In Francia non si scherza con la polizia stradale che giustamente non transige sui tempi di riposo degli autisti di Tir.
 Le aree di servizio francesi sono molto curate, pulite, ci si può fare una doccia calda in ambiente pulito. I camion hanno un’area sosta dedicata, videosorvegliata, dove si può riposare in santa pace. Ristorante aperto sulle ventiquattrore, bar a aree verdi. Smilla, che si sente reginetta dell’autoroute, si muove con disinvoltura tra aiole e parcheggi. Una bella insalatona, crocchette per Smilla, una calda doccia e via a nanna nel letto a castello del camion. Sotto Smilla, sopra io.
-Questa macchina grandissima che lui chiama camion mi piace molto. Dal sedile accanto all’uomo posso vedere lontano sopra le altre macchine. Negli incroci lui mi chiede spesso -Libero?-io non so cosa vuol dire ma muovo la coda con entusiasmo e allora l’umano ride e io sono contenta. Nelle aree di sosta italiane non mi piace andare, ma qua in Francia posso entrare quasi ovunque ed è molto bello, molto verde. E poi gli altri camionisti mi chiamano collega e io sono orgogliosa. Domani sera arriveremo a Brest e poi andremo nelle foreste a cercare le fonti dei druidi e le case delle fate. Non credo con il camion che è troppo grande, vedremo cosa si inventerà il mio prode.-
Arriviamo in porto a Brest mentre un’ultima luce color prugna avvolge le sagome delle navi in rada. Incontriamo Didier, l’addetto al ricevimento del mezzo e, chiamato un taxi, ce ne andiamo a dormire in una locanda consigliata dal bretone. Al mattino visitiamo la città, molto bella, con un bel castello e fortificazioni varie. Da sempre è stata città militare e lo si nota dalle tante costruzioni che nei secoli sono servite a scopo difensivo.
Le atmosfere di Genet le ho rivissute in parte nelle zone vicine al porto, anche se oggi gli amori tra marinai sono coperti da un velo di oscenità rispetto ai tempi di Querelle e dei suoi amanti.
Noleggiamo un furgone Citroen e ci dirigiamo verso la foresta di Paimpont, l’antica foresta di Brocèliande dove passeremo la notte, perché è di notte che i boschi parlano.
La foresta fa da sfondo a numerose avventure del Ciclo bretone, in particolare Yvain il cavaliere del leone di Chrétien de Troyes. L'Armorica o "Piccola Bretagna" è ben presente nel vasto ciclo bretone, cinque volumi riuniti per la prima volta da Chrètien de Troyes intorno al 1170. Si dice che all'interno della foresta siano presenti siti leggendari, tra i quali la Valle senza Ritorno, la tomba di Merlino e gli abitanti del luogo sostengono che l'albero in cui si suppone che la Dama del Lago abbia imprigionato Merlino sia tuttora visibile. La Fonte della Giovinezza, e l'Hotié de Vivianne (il castello della Dama del Lago). Certo, le avventure di re Artù e della sua corte riguardano anche il Galles e la Cornovaglia britannica, ovvero la parte settentrionale dell'antico regno. Ciò nondimeno, buona parte degli avventurosi episodi sulla Ricerca del Graal o sugli amori ambigui della fata Viviana e del mago Merlino si svolgono nell'attuale foresta di Paimpont.
Sotto al cielo plumbeo o nella luce cangiante della Bretagna, impera la natura. Le acque e gli alberi, le pietre e i campi , così come le opere dell'uomo, i megaliti e le cappelle, i castelli e le torri di vedetta, tutto è permeato della magica atmosfera della natura. Tutto ciò si ripercuote sulla nascita delle leggende che in questi luoghi hanno trovato terreno fertile. Non è un caso se l'Armorica è tra le terre più feconde di leggende: le maree che dominano la costa, le isole e gli isolotti, sembrano segnare passaggi verso un altro mondo; ma, soprattutto, le foreste e gli stagni, le fonti e le strette valli. E' qui che si nascondono le migliaia di folletti chiamati Korringans, dispettosi per natura e pronti a trascinarvi nella loro magica ronda; è qui che vagano le anime erranti di coloro che il traghettatore , Ankoù, la Morte, non ha potuto accompagnare alle isole fortunate sul suo carro cigolante.
La "Valle senza ritorno" (Val-sans-Retour), chiamata anche "Valle degli amanti infedeli" perché la fata Morgana vi imprigionava gli amanti per vendicarsi del tradimento subito. Circondati da muri di fiamme, sorvegliati da giganti e draghi, non restava loro nessuna via di fuga. Poi arrivò l'eroico Lancillotto del Lago, che altre non amava se non la regina Ginevra, e liberò tutti gli amanti prigionieri. Morgana, furibonda, non perse tempo e denunciò ad Artù, suo fratellastro, la relazione della sua sposa con il cavaliere che aveva osato vincere l'incantesimo!
In queste terre dovrebbe trovarsi il luogo in cui il leggendario re riunì i suoi valorosi compagni attorno alla celebre Tavola Rotonda, nel castello di Kerduel (in bretone significa la città alta), vicino a Lannion.
Quando Artù scomparve, nessuno lo credette morto, nonostante la sconfitta nella battaglia di Kamlann; ma si pensò semplicemente a un suo ritiro, lontano dagli sguardi del mondo, sotto la protezione di Morgana e di nove fate, nell'attesa della liberazione dei Celti e della riunificazione delle due Bretagne. Artù riposerebbe nelle vicinanze di Peumeur-Bodou, sotto ad un megalite eretto sulla modesta isola di Aval, isola di Avalon, l'isola delle mele.
Un'attenta analisi porta a credere che le leggende nascano come trasposizione delle forze incontrollabili della natura, siano onde o rocce, stagni o foreste. Ogni forza preme per
trovare il suo posto, prediligendo alcuni elementi e diffidando degli altri. Attorno ad esse, niente è statico o inerte, tutto è animato e soggetto a metamorfosi. Tutto scivola dall'apparenza visibile verso un mondo sconosciuto, ma non meno complesso. Il vuoto che sta in mezzo ai due mondi pullula di esseri insoliti.
Tra questi, le fate sono senza dubbio le più conosciute e multiformi, a volte belle e benefiche, altre volte orribili e malvagie, simili a streghe, ma capaci in ogni caso di prodigi di ogni sorta, grazie alla loro bacchetta magica o ai loro talismani. Padrone del destino, le fate popolano, accompagnate da elfi e da altre creature alate, i boschi e le rive dei fiumi e dei laghi, nascondendosi sotto le pietre o negli anfratti.
-Siamo andati in questa magica foresta e questa notte dormiremo nel furgone che abbiamo preso a nolo. Bello , nuovo e pulito, sarebbe l’auto ideale per le nostre avventure. La foresta è veramente magica e la notte la avvolge con un manto oscuro che le da ulteriore mistero. Io credo, in altre vite, di essere stata cane di corte reale. L’euforia e la familiarità con cui mi muovo nei luoghi antichi, presso le fonti d’acqua, tra il selciato degli angiporti medievali mi fanno immaginare di essere stata il cane di Uther Pendragon.
Già lo so che questa notte sognerò dame e cavalieri, cacce al cinghiale e al cervo ( ma casomai all’umano non glielo dirò perché lui poverino è vegano), musiche di menestrelli, fuochi di ceppo nei camini.
Cavalieri che in battaglia ignorano la paura, dalla maglia ben stretta e dall'armatura ben temprata .
Presti a dar risposta al nemico che li assalta perché dietro a quelle mura li s'attende senza sosta.
Quant la reïne sul le veit,
al chevaler en va tut dreit;
lunc lui s'asist, si l'apela,
tut sun curage li mustre:
"Lanval, mut vus ai honuré
e mut cheri e mut amé.
Tute m'amur poëz aveir;
kar me dites vostre voleir!
Ma drüerie vus otrei;
mut deviz estre lié de mei"
"Dame", fet il, "lessez m'ester!
jeo n'ai cure de vus amer.
Lungement ai servi le rei;
ne li voil pas mentir ma fei.
Ja pur vus ne pur vostre amur
ne mesf(e)rai a mun seignur"-
Le brume che salgono dall’oceano innescano sensazioni contrapposte e a volte dissonanti. Sarà la nebbia, l’alito del drago, a farci da psicopompo verso le terre del sogno?
Tutto sembra sospeso in una sorta di onirico rallentamento, odori, colori, sensazioni. Sento tra le mani il profumo forte della terra bagnata quando mi accuccio per osservare le radici degli alberi. Bevo l’acqua di fonti antiche, vago nei segreti di un tempo perduto.

-Liberami e proteggimi
Verità nell'Apparenza
Ordine nel disordine
Liberami e proteggimi
Profilo di penombra
Alito di vita
Confine tra il cielo, la terra e il mare …
Liberami, proteggimi
Strada deserta ancora da tracciare
Liberami, proteggimi
Orizzonte costante da disabitare
Parlami una sola parola
Che è tempo di attesa
Tempo di cielo, di terra e di mare
Tempo da dove tutto può arrivare-

 Tempo di attesa
Ginevra Di Marco





lunedì 10 novembre 2014

LISBON STORY


Part.3:  O FIM DO MUNDO
“Guardo ogni cosa come una fratellanza e una sorellanza vedo il tempo come nient’altro che un’idea e considero l’eternità un’altra possibilità. Penso ad ogni vita come a un fiore, comune come una margherita dei campi, e altrettanto singolare e ad ogni nome come a una piacevole musica in bocca che tende, perché tutta la musica lo fa, verso il silenzio e ad ogni corpo come a un leone di coraggio e a qualcosa di prezioso per la terra. Quando sarà finita, voglio dire: per tutta la vita sono stata una sposa maritata alla meraviglia. Sono stata lo sposo, e ho preso il mondo fra le mie braccia. Quando sarà finita, non voglio chiedermi se ho fatto della mia vita qualcosa di particolare e di vero. Non voglio finire avendo semplicemente visitato questo mondo.”
Queste  parole di Mary Oliver, tratte da “When Death Comes”, mi sovvengono mentre siamo accanto al mare, non fa freddo e affondiamo tra la sabbia delle spiagge di Cascais, dove, come dicono i nativi, la terra finisce e il mare comincia. Le lunghe onde ci bagnano le gambe e il cuore e le zampe.
Ora, alla “fine del mondo”, la ponta mais ocidental do continente europeu, lasceremo le nostre ombre libere di andare verso vite migliori. Si compie qui ed ora, sia per me che per Smilla, una rinascita da vite che hanno esaurito il loro percorso.
Tra eteronimi e ortonimi di Fernando Pessoa vaghiamo per mercatini rionali, tram e azulejos. Barocco e manuelino in sincretica fascinazione.
Tra gli stretti vicoli dell’araba Alfama, intrigo di voci e di popoli, miscuglio del mondo dove le persone si fanno compagnia è l’amore che è l’essenziale.
L'elevador de Santa Justa, anche conosciuto come El Grasciaro, ci porta nel cielo di Lisbona. Questa incredibile struttura neogotica risale al 1898 ed è un vero e proprio precursore dei moderni ascensori. Dotato di cabine di legno e ottone, fu azionato prima dal vapore e poi dall’energia elettrica ed è inserito in una torre di ferro che per molti aspetti ricorda la struttura della Tour Eiffel. Ai tempi venne considerato un azzardo progettuale per il dislivello che superava, mettendo in collegamento la Baixa con il Chiado, per i materiali utilizzati e per il viadotto sospeso che permetteva di raggiungere l’ascensore dalla stazione superiore.
Dalla cima della torre, tramite una scala a chiocciola, si trova un panoramico caffè da cui si gode una delle più belle viste sulla città e sul Castelo de São Jorge.
Il ponte 25 de Abril è un ponte sospeso sull'estuario del fiume Tago e venne costruito dall'American Bridge Company, la stessa compagnia che si occupò della costruzione del famoso Golden Gate Bridge di San Francisco, al quale il ponte 25 de Abril è ispirato. Mentre rimiriamo questa meraviglia si avvicina un ometto che comincia a declamarci tutti gli artefici della costruzione dell’opera passando poi al Padrão dos Descobrimentos, il monumento alle scoperte, elencandomi di seguito le decine di navigatori a cui è dedicato. Ringrazio questo distinto e gentile signore che però mi fa capire che se gli dessi qualcosa per uma bica, un caffè detto alla lisboneta, sarebbe cosa gradita!
E’ la seconda volta che un portoghese si comporta da spagnolo o italiano, l’altra è stata passeggiando lungo il Rossio quando un tipo voleva vendermi dell’hashish. Al contrario degli spagnoli e degli italiani, i portoghesi sono molto riservati e gentili. Non insistono e, anche nelle due occasioni di scrocco da me vissute, si rivolgono con estrema educazione. Lontani anni luce dai loro cugini spagnoli che mi hanno proposto di acquistare in sequenza: oro, argento, droghe varie e di vari colori, armi e una notte con una loro amica che a dir loro sarebbe stata lietissima di offrirmi le sue grazie.
I portoghesi invece sono differenti, sarà la saudade, questa forma di malinconia, un sentimento affine alla nostalgia. Etimologicamente, deriva dal latino solitùdo, solitudinis, solitudine, isolamento e salutare, salutatione, saluto.
In alcune accezioni la saudade è una specie di ricordo nostalgico, affettivo di un bene speciale che è assente, accompagnato da un desiderio di riviverlo o di possederlo. In molti casi una dimensione quasi mistica, come accettazione del passato e fede nel futuro.
Fatto sta che loro hanno fatto la rivoluzione dei garofani cacciando una dittatura terribile senza spargimenti di sangue. Quello che di Lisbona poi colpisce molto è la mescolanza di caratteri somatici. Credo di aver visto le persone più belle in questa città. Donne dalla pelle nera e gli occhi verdi, ragazze con gli occhi a mandorla e i dreads, ragazzi biondi con gli occhi neri come la pece.
E’ una città che non si lascia ammirare solo per le sue bellezze paesaggistiche ed architettoniche ma anche per ciò che racchiude nel suo spirito più antico, costituito da enigmi profondi, ricchi di fascino ed a volte sconfinanti nel mistero.
C’è uno spirito antico nelle capitali europee e in un certo senso questo è parte di noi e può in qualche modo contrastare l'invasione di una modernità non sempre rispettosa del passato. A Lisbona si può trovare la spiritualità più innocente e autentica dei quartieri antichi, indugiando su arcaiche vie in cui è ancora facile trovare artisti dediti alla musica, poeti, volti umili di artigiani.
“L’anima è troppo leggera per il peso della realtà”
Visitiamo il monastero dos Jerónimos ("dei Geronimiti") che si trova nel quartiere di Belém. Realizzato in stile manuelino su progetto dell'architetto Diogo de Boitaca, fu fatto costruire dal Re Manuele I per celebrare il ritorno del navigatore portoghese Vasco de Gama, dopo aver scoperto la rotta per l'India.
La leggenda narra che il monastero venne costruito dove esisteva la chiesetta Ermida do Restelo, nella quale il navigatore ed il suo equipaggio, trascorsero in preghiera, la notte precedente alla partenza per il viaggio che li portò alla scoperta della rotta per l'India, rivelatasi poi fondamentale per la storia dell'umanità. La sua costruzione iniziò nel 1502 ed ebbe termine dopo circa cento anni. La sua costruzione venne finanziata dal cinque per cento delle imposte riscosse sulla importazione delle spezie dall'India. Lo stile manuelino con il quale venne edificato, si caratterizza per la mescolanza di elementi decorativi del tardo gotico e motivi del rinascimento. Fanno eccezione il portale principale e laterale, l'interno della chiesa ed il chiostro. Le cappelle della chiesa furono restaurate in stile rinascimentale nel XVI secolo e contengono i monumenti funebri di Manuele I e della sua famiglia oltre che di altri Re del Portogallo.
Appena all'interno del portale principale (occidentale) si trovano le tombe, in stile neo manuelino, del navigatore Vasco de Gama e del poeta navigatore Luís de Camões. Nella cappella del chiostro, riposano dal 1985, le spoglie dello scrittore Fernando Pessoa.
-Il sentiero è il mio compagno
Un quieto ed eterno amico
Siamo così simili
Non c’è fine al nostro viaggio.
Trovo gioia nel vagare
In questa terra eternamente
Dietro ogni alta montagna
E valle devo guardare.
Il sentiero è il mio compagno
In qualsiasi direzione esso vada
Ed io rimarrò una Pellegrina
Fino al giorno in cui morirò.-
Rientriamo nella nostra casetta all’Alfama che un amico velista italianoci ha messo a disposizione mentre sta facendo la traversata dell’Atlantico con la sua compagna, proprietaria dell’appartamento.
In questo quartiere i vecchi stanno seduti fuori gli usci delle porte e annunciano che si è arrivati all'Alfama. Nei vicoli stretti, con le case addossate l'una all'altra, arriva sempre troppa poca luce e aria quindi gli abitanti passano gran parte della loro giornata per strada chiacchierando coi vicini, incuranti del continuo passaggio di turisti.
L'Alfama, sdraiato sulla collina alla destra della Baixa, è certamente uno dei luoghi più caratteristici e autentici di Lisbona. Poco colpito dal grande terremoto del 1755, ha conservato l'architettura spontanea con cui era cresciuto con l'espansione della città fuori dalle mura antiche. Parcheggiamo Nema Problema di fronte alla locanda dove mangeremo, che è dirimpetto alla nostra casa.
Alla notte la città si anima, malinconica di giorno, la sera Lisbona diventa vivace e i portoghesi vivono la città intensamente. Non c’è nulla di più portoghese che il malinconico e profondo canto del fado, nato, a quanto pare, in una taverna del quartiere di Alfama. Al giorno d’oggi, il fado è inseparabile dall’essenza di Alfama ed è proprio qui fra vicoli, selciati e palazzi moreschi scalcinati che si trovano i migliori locali dove ascoltarlo. Il nome deriva dal latino fatum (destino) e le origini sono incerte anche se antiche e probabilmente legate ai ritmi brasiliani. Intenso, struggente e da sempre accompagnato da sentimenti di malinconia e nostalgia d’amore e di vita, il fado racconta temi di emigrazione, di lontananza, di separazione, dolore e sofferenza. Non è necessario capire il significato o il senso delle storie narrate e cantate, la melodia e la saudade (nostalgia) delle note coinvolge così tanto lo spettatore che questo ne coglie comunque il sentimento e ne viene totalmente rapito.
“Se mi sveglio, addormentami.”
Entriamo nella locanda da dove escono le note di questa musica malinconica che, come tutte le musiche popolari, ha trovato la sua incubazione negli ambienti al confine della malavita e della piccola delinquenza urbana, analogamente a quanto è accaduto per il samba e il tango. Sono gli ambienti che prediligo e a quanto pare li predilige anche Smilla, del resto si è fatta un anno e mezzo di “prigione” e si trova a suo agio con questi uomini dalle facce truci ma di pregiata ospitalità. Ci accolgono come se fossimo dei loro e la notte prosegue tra musica, fumo e sonore bevute di Ginginha a base di ciliegie e Vinho do Porto.
-Certo che sei mesi fa non avrei pensato di trovarmi in una fumosa locanda portoghese, tra fumo, fado e facce da galera, con questo umano che sembra più randagio di quanto lo fossi io quando ero randagia. Mi piace stare con lui e, se da un lato sento questa responsabilità nell’averlo adottato, dall’altro la leggerezza con cui cerca di contrastare il peso delle vite che ha dovuto accompagnare negli anni in cui ha lavorato in carcere, in comunità, con i malati di mente, mi fa capire che saprà rendere leggera anche la mia vita, rendere innocue le mie paure. Ora i musicanti stanno suonando un fandango e, aiutato dal vino e dalle grazie di una bella lusitana, l’uomo si lancia in un sensualissimo ballo, dapprima lentamente, poi con un andamento via via crescente. La dama risponde, incoraggiandolo, alternando momenti di ballo di coppia ad esibizioni della sua maestria mentre l'umano, ormai rapito dal fascino di questa dea, si limita a marcare il ritmo sobriamente. Le movenze sensuali e ritmate, tipiche dei caratteri latini, rendono ipnotica l’atmosfera. Altri uomini si uniscono alle danze, a volte in Portogallo il fandango prende l’aspetto di un ballo individuale, perché spesso la coppia si divide per fare degli assolo. Si balla frequentemente anche tra uomini e, come in questo caso, il ballo è caratterizzato dal tempo tenuto battendo i piedi per terra, però non è flamenco, è lento e pacato come il carattere malinconico lusitano. Ora però ho intravisto la porta della cucina e lo lascio al suo destino. Tanto si sta divertendo!-
Ad un certo punto ho perso di vista Smilla, ho perso il ritmo del fandango e ho perso anche Gisela, la mia Tersicore lusitana, salvo poi ritrovare tutti e tre fuori dal locale, ma dentro Nema Problema che saggiamente viene guidata da Gisela. Di certo affascinata dalle mie performance danzerine ci porta a casa sua e mi salva da una sbronza già di difficile smaltimento, ma non ancora colossale come sarebbe potuta essere se questa dolce meraviglia non mi avesse portato via. Chi sei misteriosa creatura, comparsa nella notte tra il fumo e le chitarre?
“Ti ho cercato, amore mio, in ogni atomo di te che è disperso nell'universo. Ne ho raccolti quanti mi era possibile, nella terra, nell'aria, nel mare, negli sguardi e nei gesti degli uomini.”
Gisela ride mentre le declamo queste parole di Tabucchi e allora insisto:
“Come può essere presente la notte. Fatta solo di se stessa, è assoluta, ogni spazio è suo, si impone di sola presenza, della stessa presenza del fantasma che sai che è lì di fronte a te ma è dappertutto, anche alle tue spalle, e se ti rifugi in un piccolo luogo di luce di esso sei prigioniero perché intorno, come un mare che circonda il tuo piccolo faro, c'è l'invalicabile presenza della notte.”
Sono passati tre mesi da quella notte. Mi sovvengono, mentre siamo accanto al mare, non fa freddo e affondiamo tra la sabbia delle spiagge di Cascais, dove, come dicono i nativi, la terra finisce e il mare comincia, le parole di Tabucchi:
“Non si sentì rassicurato, sentì invece una grande nostalgia, di cosa non saprebbe dirlo, ma era una grande nostalgia di una vita passata e di una vita futura, sostiene Pereira.”
Le lunghe onde ci bagnano le gambe e il cuore e le zampe mentre io e Gisela camminiamo e Smilla galoppa sulla sabbia .
“The track is my companion
A quiet eternal friend
For so alike toghether
We have no journey’s end.
I find joy in roving
This land eternally
Beyond each lofty mountain
And valley I must see.
The track is my companion
Whichever way it lies
And I’ll remain a Pilgrim
Until the day I die.”
Laury Wells – Prelude
Tratto da INSIDE BLACK AUSTRALIA
antologia di poesia aborigena a cura di Kevin Gilbert

QUDU editore Bologna.






LISBON STORY

Part. 2: O FRANZA O SPAGNA

"E assim cantai tambm
como eu sempre cantei
Cantai o Amor do Mundo
e tudo o que est bem
Cantai a viva voz
pela terra inteira
E assim se ensina a Paz
da melhor maneira."
Teresa Salgueiro canta “Ainda”, colonna sonora del film di Wim Wenders Lisbon Story e la sua voce carica di saudade, fado, oceano e occhi ambrati ci accompagna verso la frontiera con la Spagna.
C’è solo la strada, il parabrezza di Nema Problema, i paesaggi che cambiano, la radio che suona, il tempo che cambia (e passa). Viaggio da est a ovest, ennesimo refrain, in cerca di qualcosa, qualcuno, un luogo dovunque; spazio da vivere, tempo da esercitare, corpo alla ricerca di dimensioni diverse; e poi ancora sulla strada, prima che ‘gli angeli’ di Wenders mi rapiscano nella malinconia di un tramonto sui Pirenei e da qui, fino alla fine del mondo. Non a caso andiamo a Lisbona, città di mare, porta sul mondo, traccia di un pennello surrealista, transito di verità e sogni di cui non conosciamo altro che la loro illusione.  A Lisbona dove “nella piena luce del giorno anche i suoni splendono”, la città della luce bianca aspetta sui marciapiedi lastricati le nostre ombre come corpi di linee aperte su una tela incompiuta.
Avvicinandoci ai Pirenei facciamo tappa a Narbonne, l’antica Narbona per visitare la sua cattedrale. Secondo una tradizione, attestata già all'epoca di Gregorio di Tours (fine VI secolo), la chiesa di Narbona fu fondata verso la metà del III secolo da san Paolo, evangelizzatore della regione. Solo più tardi, attorno al IX secolo, venne qualificato come discepolo degli apostoli e identificato con il proconsole Sergio Paolo di cui parlano gli Atti degli Apostoli. Dopo vari eventi la cattedrale carolingia, dedicata a due santi di origine spagnola, Giusto e Pastore, fu ricostruita dal vescovo san Teodardo nella seconda metà del IX secolo e completamente riedificata a partire dal XIII secolo.
Continuiamo passando per Carcassonne, città le cui prime tracce di insediamento sono state datate al 3500 a.C. Carcassonne divenne famosa per il suo ruolo nella Crociata albigese, quando la città era una roccaforte dei Catari francesi. Nell'agosto 1209, l'esercito crociato di Simone di Montfort costrinse i cittadini alla resa. Egli ampliò le fortificazioni e Carcassonne divenne una cittadella di frontiera tra Francia e Aragona.
Alla fine la cittadella fortificata di Carcassonne cadde in rovina e il suo restauro, voluto a gran voce dai suoi abitanti, costituisce un caso di studio nell'ambito dei corsi di restauro; l’architetto Viollet-le-Duc sintetizzo così il suo approccio ai lavori di restauro del castello: "Restaurare un edificio, non è solo mantenerlo, ripararlo, o ricostruirlo, è riportarlo ad una condizione completa che potrebbe non essere mai esistita".
Prendiamo una stradina che sale sui Pirenei, mi hanno sempre affascinato queste antiche montagne, questa volta che non c’è fretta, come mai dovrebbe essercene in un viaggio, dedicherò alcuni giorni a visitarle con più attenzione rispetto alle altre volte che mi è capitato di andare nella penisola iberica.
Ci fermiamo a dormire nei pressi di Niaux, dove domani visiterò ( Smilla purtroppo non può ) le grotte con le pitture rupestri risalenti a 12.000 anni fa. Niaux, la più grande grotta rupestre d’Europa con quella di Lascaux, è famosa soprattutto per la sua “Sala nera” dove si animano centinaia di bisonti, cervi, cavalli. Nelle grotte , a quanto pare, gli uomini del Paleolitico vivevano nella parte più esterna e più calda (meno fredda) delle caverne mentre si addentravano per lo scosceso cammino di corridoi e cunicoli, fra concrezioni lucenti e stalattiti, alla luce di torce, fino ad anfratti più spaziosi, solo per celebrare qualche sorta di cerimonia collettiva religiosa o rituale.
Proprio in questi saloni naturali e impervi, i pittori preistorici, per loro iniziativa o incaricati dagli sciamani, eseguivano le loro opere. Con ogni probabilità le pitture erano propedeutiche alla caccia più che espressione di una vena artistica eppure mostrano un modo di sentire, una fantasia, un gusto del bello che hanno molto da condividere con la concezione dell’arte che abbiamo oggi. Seguire il loro stesso percorso, con la luce fioca delle proprie lampade e raggiungere la visione delle bellissime pitture compiute quindici-ventimila anni fa appare come una formidabile contraddizione, un segno della dissociazione evolutiva della mente umana ed è un’emozione completamente diversa che guardare riproduzioni. Queste straordinarie creazioni di uomini che usavano solo pietre scheggiate come utensili e armi, ma già avevano questa sensibilità poetica sono quasi tutte solo profilate, in ogni modo soltanto nere; non sono ricche di colore come quelle dei bisonti e dei cervi di Altamira. A Niaux, vi sono tracce di rosso solo su una roccia cento metri prima della sala principale, in una rappresentazione di grafismo astratto misterioso e certo espressivo di qualche volontà comunicativa, che potrebbe essere un prodromo o abbozzo o tentativo di scrittura.
-Questa notte ho sognato che rincorrevo una mandria di uri, gli antichi buoi preistorici, e nel rincorrerli ringhiavo e sbuffavo in gola, ha detto l’umano. Mi ha fatto una testa tanto con le pitture rupestri che ha visto nelle grotte. Io non ci sono potuta andare, cani non ammessi, e sono rimasta con Madame Bonnet, la proprietaria della pensione dove abbiamo alloggiato. Siamo andate in paese a fare la spesa e poi in un cafè. Tutti erano molto gentili, mi hanno coccolato e chiedevano a Madame se ero il loro nuovo cane: “C'est votre nouveau chien Madame Bonnet? Très belle: noir avec une tache blanche!”
Quando lui ( l’uomo) è tornato ha cominciato a raccontarmi di tutte le meraviglie che aveva visto e io all’inizio facevo un po’ l’offesa, ma poi ho ascoltato tutti i racconti e mi sono addormentata con la sua voce che parlava di cervi, cinghiali, uomini della caverne…-
Tarbes, Pau, Bayonne, Biarritz, l’oceano Atlantico e poi la frontiera con tutti i negozi di paccottiglia spagnoleggiante “Made in China”. Siamo nel Pais Vasco, ongi etorri, benvenuto, indica un cartello nelle vicinanze di Donostia (San Sebastian).
Questa lingua affascinante, difficilissima che è il basco, è una lingua ergativo-assolutiva, cioè mantiene un'equivalenza tra l'oggetto di un verbo transitivo e il soggetto di un verbo intransitivo, e tratta il soggetto, meglio definito come agente, di un verbo transitivo in maniera differente. Questo contrasta con le lingue nominativo-accusative (come l'italiano, ma più evidente in latino), dove il soggetto di un verbo transitivo e quello di un verbo intransitivo sono trattati allo stesso modo (spesso sotto il caso nominativo) e contrastano con l'oggetto del verbo transitivo (spesso sotto il caso accusativo). In questo si differenzia da tutte le lingue indoeuropee occidentali (tutte lingue nominativo-accusative). I linguisti hanno provato a ricostruire una lingua proto-basca per mezzo della tecnica conosciuta come ricostruzione interna, ma non è stata ancora scoperta la sua origine e per questo viene considerata una lingua isolata, vale a dire una lingua che non è imparentata con nessun'altra lingua. Il lessico basco è costituito dalla maggior parte di parole di origine sconosciuta, ma anche da prestiti linguistici dai vicini: possiede parole derivanti dal latino, dallo spagnolo e dal guascone.
Ho conosciuto dei baschi grazie all’ amico, nonché compagno anarchico, Guido Vidoni che da anni si occupa di prigionieri politici baschi, di storia e tradizioni di questa terra e di altre cose legate alla particolarità di queste genti. Così qualche vocabolo lo ricordo e ne approfitto quando mi fermo per un caffè vicino a Bilbo (Bilbao, no Baggins!).
Purtroppo il Paese Basco, che vive la propria diversità dagli spagnoli con orgoglio, si uniforma alle consuetudini iberiche per quanto riguarda l’accesso dei cani nei luoghi pubblici ( no se puede!) e così la tenda si riconferma preziosa dimora per la notte.
- El perro no puede entrar.
-Porque?-
-Debido a que la ley lo prohíbe por razones de higiene.-
-Creo que usted consigue los perros porque eres un puto especista, sólo ve lo que se hace a los toros.-
-Ustedes, los italianos son siempre los mismos provocadores, volver de donde vienes!-
-Pero vattelo a buscar en el culo, pedazo de mierda!-
-Questo è quello che avrei detto se sapessi parlare come gli umani! Non è possibile che nel III millennio questi testoni di spagnoli facciano ancora queste commedie per far entrare i cani nei luoghi pubblici. L’uomo si è molto arrabbiato e ha detto delle cose che non ho capito bene al malcapitato gestore dell’albergo, tipo “ de puta madre, mierda, tonto” e altre cose.
Comunque, con le pive nel sacco siamo andati alla ricerca di un camping dove , perlomeno, i cani sono ammessi.
Al mattino, ancora un po’ incazzati, decidiamo di lasciare la Spagna al suo destino e di fare tutta una tirata fino a dopo il confine portoghese. Sono circa 700 chilometri, quindi imbocchiamo l’autostrada che passando per Valladolid e Salamanca ci porta a destinazione in meno di sette ore. Nema Problema ha fatto faville con punte di velocità che sfioravano i centosettanta!
Ora siamo in Portogallo e cercheremo riparo per la notte in questo bel paesino tutto di case colorate.-
L’abecedario di Gilles Deleuze alla voce A / Animale.
“Se lo scrittore è colui che spinge il linguaggio al limite, limite che separa il linguaggio dall’animalità, dal grido, dal canto, allora sì, bisogna dire che lo scrittore è responsabile di fronte agli animali che muoiono. Scrivere, non è per loro, non si scrive per il proprio gatto o cane, ma al posto degli animali che muoiono, significa portare il linguaggio a questo limite. E non c’è letteratura che non porti il linguaggio e la sintassi al limite che separa l’uomo dall’animale. Bisogna stare su questo limite, credo, anche quando si fa della filosofia. Si è al limite che separa il pensiero dal non-pensiero. Bisogna sempre essere al limite che separa dall’animalità, ma appunto in modo da non esserne più separati. C’è una inumanità propria al corpo ed allo spirito umano, ci sono dei rapporti animali con l’animale.”
Aveiro, sulla costa nord-ovest dei Portogallo viene spesso definita come la Venezia portoghese per i numerosi canali che la attraversano su cui si affacciano incantevoli case art nouveau e dove si dondolano i moliceiros, tipiche imbarcazioni a mezzaluna decorata molto simili alle gondole veneziane. Il colore è la predominante di questa cittadina di mare. Le case sono a righe gialle, rosse, blu, verde, oppure in tinta unita, ognuna diversa dall’altra. La stazione ferroviaria è interamente ricoperta di azulejos tipico ornamento dell'architettura portoghese e spagnola. Si tratta di piastrelle di terracotta maiolicata derivanti dalla tradizione araba, che adornano la gran parte delle case portoghesi. Gli azulejos del Portogallo non possono essere staccati dall'architettura alla quale appartengono ed alla quale i rivestimenti in piastrelle conferiscono la loro monumentalità. Essa è, in fondo, il risultato di un lavoro di squadra: mentre l'architetto si preoccupa della funzione che i rivestimenti murali, i pannelli e i pavimenti in ceramica devono svolgere, l'artigiano attraverso la realizzazione delle mattonelle dà un’interpretazione artistica coerente ed integrata con la funzione architettonica.
Troviamo alloggio all’ Hotel Palace, in pieno centro, dove siamo trattati benissimo spendendo il giusto.

Domani si parte alla volta di Lisboa.








mercoledì 22 ottobre 2014

LISBON STORY




Part 1: LATCHO DROM

"Nella luce del giorno anche i suoni splendono"

Questa frase di Pessoa mi gira in testa mentre guido in direzione del confine francese. Smilla e io andiamo a Lisbona, ma lo faremo con molta calma perchè la strada da fare offre innumerevoli motivi di rallentamento.
La primavera è innoltrata  e la luce sarà con ogni probabilità il filo conduttore di questo viaggio.
Viaggiamo con la Golf, che abbiamo ribatezzato "Nema Problema" dato che non si rompe mai.Smilla dorme sul sedile posteriore mentre Miles Davis in sottofondo tormenta la sua tromba sulle note di "Kind of  Blue".
Abbiamo un po' di tempo per questo viaggio, mi sono liberato di un lavoro che mi tormentava, non tanto per il mio ruolo, quanto per le continue incomprensioni con i miei (s)coordinatori. E allora ciao, la vita è altro e probabilmente è anche altrove.
Siamo partiti presto, quando ancora doveva albeggiare e contiamo di arrivare in serata a Saintes Maries de la Mer, in Camargue, dove domani si svolgerà la festa degli zingari che una volta all'anno si riuniscono in questo paesino alle foci del Rodano.
Il 24 maggio di ogni anno gitani spagnoli e francesi, rom, kalè, sinti e manouches si danno appuntamento nel piccolo abitato di Saintes Maries de la Mer per celebrare Sara “la nera”. La leggenda narra che nel 48 d.C. Maria Maddalena, Maria Salomè e Maria Jacobè (cugina della Vergine Maria) insieme alla serva Sara sarebbero fuggite dalla Palestina a bordo di un’imbarcazione per approdare poi sulle coste meridionali della Francia; da qui avrebbero poi avviato l’evangelizzazione dell’Europa. Altri sostengono che con le Marie sia arrivato anche Giuseppe d'Arimatea e  il Sacro Graal, che altro non sarebbe se non una contrazione di sang real ovvero il sangue della discendenza di Gesù, sposato con Maria Maddalena. La Maddalena, assieme ad altre donne citate nei vangeli, dopo la crocifissione sarebbe fuggita dalla Palestina su una barca per approdare in Provenza assieme al figlio avuto da Gesù. Avrebbe poi risalito il Rodano raggiungendo la tribù dei Franchi, che non sarebbero stati altro che i discendenti della tribù ebraica di Beniamino nella diaspora. I Merovingi, i primi re dei Franchi, proprio a causa di questa origine avrebbero avuto l'appellativo di re taumaturghi, ovvero guaritori, per la loro facoltà di guarire gli infermi con il solo tocco delle mani, come il Gesù dei vangeli. Sara probabilmente è la figlia di Gesù secondo la leggenda.
Ignoro cosa ci sia di probabile in tutto ciò e non mi interessa, mi interessa invece la figura storica di Gesù che reputo il più famoso antiautoritario della storia e comunque personaggio interessante. Altresì mi interessano gli zingari, che in quanto nomadi hanno tutta la mia simpatia.
Fabrizio De Andrè, mai troppo citato, diceva degli zingari:"è il caso del popolo Rom, quello che noi volgarmente chiamiamo “Zingari” prendendo a prestito il termine da Erodoto, che li chiamava “Zinganoi” , diceva che era un popolo che veniva dal sud-est asiatico, dall’India, che parlavano una strana lingua , che poi si è scoperto essere il Sanscrito   e che facevano un mestiere  (se mestiere lo si può considerare): quello del mago e dell’indovino.
E’ quindi un popolo che gira il mondo da più di 2000 anni, afflitto o affetto, io non so come meglio dire, ma forse semplicemente affetto, da quella che gli psicologi chiamano “dromomania”, cioè la mania dello spostamento continuo, del viaggiare, del non fermarsi mai in un posto. E’ un popolo, secondo me, che meriterebbe, per il fatto, appunto, che gira il mondo da più di 2000 anni senza armi , meriterebbe il premio per la pace in quanto popolo.
Purtroppo i nostri storici  e non soltanto i nostri  preferiscono considerare i popoli non soltanto in quanto tali ma in quanto organizzati in nazioni, se non addirittura in stati, e si sa che i Rom, non possedendo territori, non possono considerarsi né una nazione né uno stato. Mi si dirà che gli zingari rubano; è vero, hanno rubato anche in casa mia. Si accontentano, però, dell’oro e delle palanche; l’argento non lo toccano perchè secondo loro porta male, lascia il nero - quindi vi accorgete subito se siete stati derubati da degli zingari. D’altra parte si difendono come possono; si sa bene che l’industria ha fatto chiudere diversi mercati artigianali. Buona parte dei Rom erano e sono ancora artigiani, lavoratori di metalli  (in special modo del rame), addestratori di cavalli e giostrai - tutti mestieri che, purtroppo, sono caduti in disuso. Gli zingari rubano, è vero, però io non ho mai sentito dire, non l’ho mai visto scritto da nessuna parte   che  gli zingari abbiano rubato tramite banca. Questo è un dato di fatto."
 Sara-la-Kali o Sara “la nera”, viene venerata come Santa benché la Chiesa non l’abbia mai canonizzata e attorno a questa figura i popoli romanì (soprattutto quelli di religione cristiana) hanno sviluppato un vero e proprio culto. Sara è infatti la santa patrona dei nomadi.
Arriviamo nel tardo pomeriggio con la luce ancora sufficientemente alta per montare la nostra tenda nel piccolo appezzamento di terreno che abbiamo chiesto di poter usare a Didier, un simpatico vecchietto del luogo incontrato in un Cafè.
Certo, un umano affetto o afflitto o entrambi da dromomania è la giusta terapia per un cane in cerca di stabilità. Del resto non mi sento di lasciarlo andare da solo perché secondo me si mette nei guai. Quindi come cane fedele devo seguirlo. Adesso vuole farmi dormire in questa cupola di stoffa che chiama tenda e il tutto per cosa? Per veder qualche migliaio di dromomani come lui che fanno fare il bagno in mare ad una statua!
Vabbè in fondo mi rendo conto che adottare un umano è per sempre e gli voglio bene lo stesso dai.
Smilla è un po' dubbiosa della sistemazione notturna, non ha mai dormito in tenda, ma su mia insistenza si sistema sulla brandina da viaggio e gurdandomi perplessa piano piano si abbandona tra le braccia di morfeo.
Il mattino dopo andiamo a fare colazione e una passeggiata tra le migliaia  di gitani giunti qui da tutta Europa. Il momento più importante della festa è la processione solenne del 24 maggio. Nel pomeriggio la piazza della chiesa medioevale di Saintes Maries si affolla di devoti. Gli uomini sfoggiano folte barbe e baffi d’altri tempi e indossano il cappello dei “guardiens”, i butteri della Camargue. Le donne meritano quasi un capitolo a parte; pesantemente truccate, vestite con gonnellini e abiti dagli ampi panneggi e dai colori sgargianti, esibiscono anche collane, anelli, bracciali e monili rigorosamente in oro. Non fanno eccezione le bambine, spesso molto piccole. Tutti devono sfoggiare l’abito migliore per Sara. Mentre fuori dalla chiesa il corteo religioso attende di comporsi alcuni uomini scendono nella cripta in cui per tutto l’anno riposa la statua di Sara e la prelevano. La Santa, portata a spalle, viene condotta fino al mare dove viene immersa nell’acqua e spruzzata dalle donne. Secondo la credenza il momento della benedizione  in mare è occasione per ottenere benefici dalla Santa, le mamme infatti bagnano i figli spesso portandoli con il passeggino sul bagnasciuga e lo stesso vale per gli infermi e i malati. Poi la statua viene riportata indietro e ricollocata nella cripta dove chiunque potrà andare a pregare, a turno, perché lo spazio è risicato.
La festa vera e propria inizia dopo la processione quando l’intero abitato di Saintes Maries si trasforma in un immenso accampamento festante. Gli uomini improvvisano piccoli concerti di chitarra e sulle melodie dal sapore spagnoleggiante le donne ballano il flamenco. Violini, xilofoni e piccoli organi sono invece gli strumenti preferiti dai rom; strumenti spesso scalcagnati e tenuti insieme a fatica dai quali però i suonatori sanno tirare fuori gli inconfondibili suoni e i ritmi della musica balcanica. Le donne, soprattutto quelle più anziane, si offrono invece per leggere la mano ai turisti e predire loro il futuro.
Finita la festa gli accampamenti vengono smantellati e i gitani abbandonano Saintes Maries per riprendere (non tutti, perché molti dei gitani francesi sono ormai stanziali e molti addirittura non vivono nemmeno nei campi) la vita nomade, dandosi appuntamento all’anno successivo per omaggiare Sara.
Io ne ho viste cose che voi cani non potreste immaginarvi:
l'umano ballare improbabili flamenchi con avvenenti zingare,
canti e bevute colossali con uomini dall'aspetto poco raccomandabile,
declamazioni di poesie a bellezze gitane con grave sprezzo del pericolo occorso.
E tutti quei momenti resteranno nella memoria di cane o andranno perduti
come lacrime nella pioggia?
Resteranno, l'uomo comincia a piacermi e credo proprio che me lo terrò!
Si preannunciano anni lieti, finalmente.

continua la prossima settimana